In Italia se ne prevedono 4, ma fanno molto discutere.
Stiamo parlando di rigassificatori, che l'emergenza gas dello scorso inverno, mettendo a nudo ancora una volta la fragilità energetica del nostro Paese, ne ha rilanciato il possibile utilizzo.
Il gas attualmente arriva in Italia da Algeria, Libia, Olanda, Norvegia e soprattutto dalla Russia, da cui se ne preleva il 30% del fabbisogno complessivo (di gas).
Si sta però vagliando la possibilità di acquistarlo liquido (non allo stato gassoso) da altri Paesi, di modo che lo si possa far arrivare via nave e sottrarsi al timore che possano essere altri, per una qualsiasi ragione, a chiudere i rubinetti.
Si riapre quindi la corsa ai rigassificatori.
Al momento in Italia è attivo un solo impianto, quello di Panigaglia (La Spezia), di proprietà dell'Eni. Un altro rigassificatore è in costruzione al largo di Rovigo e altri due, già approvati, quelli di Livorno e di Brindisi, sono in balia dell'effetto Nimby (Not in my backyard, non vicino a casa mia).
L'ENI, probabilmente intimorita dalle contestazioni locali (impatto ambientale, timore di esplosioni catastrofiche, incertezze sui tempi a causa delle difficoltà ad ottenere le autorizzazioni...), e considerando non economico il gas liquefatto, pare stia puntando sui gasdotti.
Ma le strategie sono diverse e tra queste rientra pure il rigassificatore.
Proprio l'ENI, nel settore della liquefazione del gas naturale, partecipa in Nigeria con due joint-ventures: la Nigerian LNG (NLNG) e la Brass LNG (BLNG), mentre in Egitto ha disponibilità all'impianto di liquefazione del gas naturale di Damietta.
Per servirsi, quindi, di questa soluzione, bisognerebbe riportare il gas allo stato aeriforme, usando, appunto, un impianto rigassificatore.
Realizzando grandi "frigoriferi" nelle vicinanze dei giacimenti, il gas naturale estratto lo si porta ad uno stato liquido a 162 gradi sottozero.
Dopodichè lo si carica su navi metaniere: sono più resistenti e più ecologiche delle petroliere. Vanno a metano, e usano parte del gas trasportato, che si rigassifica naturalmente.
Una volta giunta a destinazione, dalla nave il metano liquido passa in due serbatoi in acciaio, dove viene poi fatto passare in una condotta subacquea, che scaldata dal calore del mare, riporta il metano allo stato gassoso. In tal modo può essere immesso nella rete di distribuzione.
Questi impianti hanno gli stessi standard delle raffinerie, le misure di sicurezza sono elevate e gli incidenti hanno bassa probabilità di verificarsi.
Il metano non è mantenuto in pressione (quindi non può deflagrare come una bomba), non è tossico se si disperde nell'ambiente, è insolubile in acqua (se ne sotto forma di bolle) e ha una temperatura di accensione di circa 500°C. Per incendiarlo servirebbe una fiamma molto più calda di quella che incendierebbe la benzina o la legna che bruciano già a 200°C.
Nel mondo esistono 49 impianti di rigassificazione: nella sola Asia ve ne sono 32 ma 24 appartengono al Giappone, che ha il maggior numero d'impianti al mondo. L'Europa ne ha 11, il Nord America 4 e il Sud America 2.
La Spagna, con 4 impianti, eccelle in Europa.
Ad Algeciras, l'Edison sta assemblando il primo rigassificatore al mondo in mare aperto, come una piattaforma petrolifera. Quando entrerà in funzione, al largo dell'Italia, potrà ricevere navi metaniere con capacità sino a 152.000 m3. Grande come 4 campi da calcio (180 X 88 metri) potrà ospitare 60 persone 24 ore su 24.
Per la stesura del presente post mi sono avvalso del contributo della rivista Focus, di Panorama e dei siti ENI ed Enel.













